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Tetragramma biblico
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Evoluzione del tetragramma dall’alfabeto fenicio all’attuale ebraico
Il tetragramma biblico o tetragràmmaton è la sequenza delle quattro (τέτρα, tetra in greco) lettere (γράμματα, gràmmata in greco) ebraiche יהוה (yod, he, waw, he) che compongono il nome proprio del dio descritto nella Tanach. In passato era largamente attestata la traslitterazione JHWH. In epoca contemporanea invece, la traslitterazione più diffusa è YHWH, dato che il valore consonantico e fonetico che la lettera J possiede in diverse lingue neolatine e inglese (come in jeans) non corrisponde alla yod ebraica. Gli Ebrei considerano dall’antichità il tetragramma troppo sacro per essere pronunciato. Nelle letture bibliche della Torah e nelle preghiere, viene quindi sostituito da nomi impersonali come Adonai ("Signore") o Elohim ("gli Dei", al plurale, per titolo di riverenza), mentre al di fuori del contesto liturgico si pronuncia normalmente haShem ("il Nome"). Nelle traduzioni della Bibbia ebraica in altre lingue, normalmente si usa "il Signore" o "l’Eterno"; queste due ultime forme sono usate anche da quasi tutte le traduzioni cristiane dell’Antico Testamento. Dato che nella lingua ebraica non si scrivono le vocali, il tetragramma biblico è costituito unicamente da consonanti; poiché esso non viene più pronunciato, non si sa più quali vocali debbano essere interpolate alle consonanti. Delle tre consonanti che compongono il tetragramma, inoltre, due hanno un suono semivocalico e tutte e tre possono anche essere mute nella pronuncia (matres lectionis): pertanto si potrebbe anche arrivare, paradossalmente, a ipotizzare una pronuncia unicamente vocalica, quasi come una emissione ininterrotta del fiato. L’Ebraismo ritiene persa la corretta pronuncia del nome sacro. Da ciò è nata, a partire dal XVI secolo e soprattutto da parte di studiosi cristiani, una ricerca approfondita e vasta, tuttora in discussione.
Nella BibbiaVersioni ebraiche
Secondo la Jewish Encyclopedia:
«Il Tetragramma compare 5.410 volte nella bibbia, suddiviso nei libri seguenti: Genesi 153, Esodo 364, Levitico 285, Numeri 387, Deuteronomio 230 (totale nella Torah: 1.419); Giosuè 170, Giudici 158, Samuele 423, Re 467, Isaia 367, Geremia 555, Ezechiele 211, Profeti minori 345 (totale nei Profeti: 2.696); Salmi 645, Proverbi 87, Giobbe 31, Rut 16, Lamentazioni 32, Daniele 7, Esdra Neemia 31, Cronache 446 (totale negli Agiografa: 1.295).» Secondo le fonti il nome ricorre 6.828 volte nella forma יהוה, compresi i 134 punti in cui i soferim ("scribi") ebrei cambiarono il testo ebraico originale da יהוה in "Ado-nai" e appare per la prima volta nel Libro della Genesi (2,4). Nella Bibbia ebraica, il tetragramma è la forma più diffusa per indicare Dio, ma non è esclusiva. Ad esempio, in alcuni salmi, come il 43 (42 secondo la divisione della Septuaginta), si usa solo il titolo E-lohim (forma plurale di E-loah = "Divinità"). Inoltre non compare nel Cantico dei Cantici, nell’Ecclesiaste (Qoelet) e nel Libro di Ester, un fatto che mostrerebbe secondo alcuni studiosi l’epoca tarda di composizione di questi libri, i cui autori sarebbero vissuti in un’epoca in cui non si pronunciava più il Nome divino, tanto nell’uso comune quanto nella lettura della Bibbia. Nel Libro di Ester è presente un acrostico che forma il tetragramma, ma all’inverso. Gli studiosi, a partire dal XVIII secolo, hanno notato come all’utilizzo dei diversi nomi divini nella Bibbia si possono far corrispondere tradizioni compositive differenti. Ad esempio nel libro della Genesi è presente una versione della creazione che utilizza il nome E-lohim. Nel testo masoretico il tetragramma compare con le vocali di Ado-nai per ricordare al lettore di pronunciare "Ado-nai".
Versioni greche
Nei più antichi frammenti sopravvissuti della versione in lingua greca della Bibbia detta dei Settanta, è presente il tetragramma non vocalizzato (ad esempio il frammento contenuto nel Papiro Fouad 266 del II-I secolo a.C.). Nelle parti successive e in molti manoscritti più recenti a noi pervenuti, il nome divino è invece reso con Kyrios, cioè "Signore" in greco. Esistono anche altre versioni in greco della Bibbia ebraica (come quella di Aquila), in cui le consonanti del tetragramma sono trascritte in greco. Alcuni ricercatori, come George Howard, Paul Kahle, Sidney Jellicoa, ripresi dall’italiano Matteo Pierro, appartenente quest’ultimo ai Testimoni di Geova, sostengono che, poiché il nome divino nei frammenti più antichi è trascritto in aramaico o in lettere paleoebraiche o traslitterato in lettere greche, allora la sostituzione del tetragramma con il termine Kyrios sarebbe un’innovazione cristiana, dato che per loro il nome divino in ebraico non era più comprensibile. Bisogna aggiungere che per gli ebrei la presenza scritta del tetragramma (mantenuta nel testo ebraico) non significa che esso venga effettivamente pronunciato.
Nuovo Testamento
Nel Nuovo Testamento, alla luce di quanto detto finora, sembra molto strano constatare che le copie manoscritte esistenti del testo originale delle Scritture Greche Cristiane non contengano il nome divino per intero. Perciò il nome non compare nemmeno nella maggior parte delle traduzioni del cosiddetto Nuovo Testamento. Eppure ricorre in forma abbreviata nell’espressione “Alleluia” in Rivelazione Apocalisse 19:1, 3, 4, 6 (Di, Ma, CEI, Ga, VR). L’invito “Lodate Iah!” (NM) fatto dai figli spirituali di Dio indica chiaramente che il nome divino non era caduto in disuso: era importante e pertinente come lo era stato in epoca precristiana.
Etimologia e significato
L’interpretazione del tetragramma si basa su un passo del Libro dell’Esodo (3,14): in tale versetto esso è solitamente tradotto in italiano con "io sono". La frase completa è tradotta: "io sono ciò che sono", "io sono colui che è", "io sono colui che sono" o ancora "io sono io-sono".
La Jewish encyclopedia riporta:
«è possibile determinare con un buon grado di certezza la pronuncia storica del Tetragramma, e il risultato è in accordo con l’affermazione contenuta in Esodo 3:14, nel quale la radice verbale si rivela come "Io sarò", una frase che è immediatamente preceduta dall’affermazione completa "Io sarò ciò che sarò", oppure, come nelle versioni in italiano (o in inglese) "Io sono" e "Io sono colui che è l’essere". Il nome deriva dalla radice del verbo essere, ed è visto come un imperfetto. Questo punto è decisivo per la pronuncia poiché l’etimologia è basata in questo caso sulla parola nota. Gli esegeti più antichi, come Onkelos, i Targumin di Gerusalemme e lo pseudo-Gionata considerano Ehyeh e Ehyeh asher Ehyeh come il nome della Divinità, e accettano l’etimologia di hayah: "essere" » Il versetto potrebbe anche significare "io mostrerò d’essere ciò che mostrerò d’essere" oppure "Io sono l’essenza dell’essere"; il nome per indicare che Dio può manifestarsi nel tempo come tutto ciò che desidera e che attualmente è fuori del tempo. Con ciò YHWH dice a Mosè di essere colui che è sempre presente a favore del suo popolo. Il nome di Dio assume così un doppio significato: storico-salvifico: io sono colui che è presente per salvare il mio popolo dalla schiavitù d’Egitto; si ritiene che tale significato sia il più fedele al contesto in cui il nome appare. metafisico: io sono colui che esiste di per sé; Dio rivela a Mosè di essere l’Essere in quanto essere. Tale significato è stato sviluppato in epoca cristiana, soprattutto nell’ambito della riflessione metafisica e ontologica. Infatti, le caratteristiche di YHWH corrispondono a quelle che Parmenide aveva definito per l’essere (immutabilità, incorruttibilità, eternità…). Per altri ebraisti, יהוה è una forma verbale, causativo imperfetto di הוה (hawàh, "divenire"), traducibile con "Egli fa divenire". Questo nome sottintende che chi lo porta sia il creatore che "fa divenire", porta all’esistenza le cose o diviene qualsiasi cosa voglia per adempiere la sua volontà. In seconda analisi può essere tradotto come "Colui che verrà", rivelando la sua incarnazione nel Messia. Il teologo Hans Kung nel libro Dio esiste pag. 691,692 (Monaco 1978, Mondadori, Milano 1979) al paragrafo L’unico Dio con un nome fa un’ampia disamina sul significato del nome, esprimendo un punto diverso. (i corsivi sono dell’autore): ‘….Jahve’ (abbreviazione di Jah): scritto in ebraico soltanto da quattro consonanti, con il tetragramma JHWH. Soltanto in epoca molto posteriore, non volendo più pronunciare per rispetto il nome di Jahve’ (a partire dal secolo III), si aggiunsero alle quattro consonanti le vocali del nome divino Adonai (Signore), dando così motivo ai teologi medievali (e agli odierni Testimoni di Geova) di leggere Jehova invece di Jahve’. Ma qual e’ il significato del nome Jahve’? In tutto l’Antico Testamento, nel quale il nome ricorre più di seimilaottocento volte, si trova soltanto l’enigmatica risposta ricevuta da Mose’ sul Sinai, davanti al roveto ardente: ‘ehejeh aser ‘ehjeh. Come tradurre questa dichiarazione, sulla quale e’ stata scritta tutta una piccola biblioteca? Per lungo tempo ci si e’ attenuti alla traduzione greca dell’Antico Testamento (detta dei Settanta, in quanto opera, secondo la leggenda, di settanta traduttori): <<Io sono colui che sono>>. Una traduzione che conserva ancora il suo valore. Il verbo hajah infatti – sia pure in rarissimi casi – significa anche <<essere>>. Per lo più però il suo significato va cercato tra <<essere presente, aver luogo, manifestarsi, accadere, divenire>>. Siccome inoltre in ebraico si ha la stessa forma per il presente e il futuro, si può tradurre tanto <<Io sono presente quando sono presente>> quanto <<Io sono presente quanto sarò presente>> oppure – secondo il grande traduttore ebreo dell’Antico Testamento Martin Buber – <<Io sarò presente quando sarò presente>>. Qual’e’ il significato di questo nome enigmatico? Non si tratta di una dichiarazione sull’essenza di Dio, come ritenevano i Padri della Chiesa, gli scolastici medievali e moderni: nessuna rivelazione dell’entità metafisica di Dio, da intendersi nel senso greco di un essere statico (<<ipsum esse>>), nel quale, secondo la concezione tomistica, l’essenza e l’esistenza coinciderebbero. Si tratta piuttosto di una dichiarazione sulla volontà di Dio, secondo l’interpretazione oggi fornita dai principali esegeti dell’Antico Testamento: vi si esprime la presenza di Dio, la sua esistenza dinamica, il suo essere presente, reale, operante, il suo infondere sicurezza, in tutto in una formulazione che non permette oggettivazioni, cristalizzazioni e fissazioni di sorta. Il nome <<Jahve’>> quindi significa: <<Io sarò presente!>> – guidando, aiutando, rafforzando, liberando……………..Il Dio della Bibbia – un Dio dal dinamismo veramente storico. D’accordo con Hans Kung sul significato dinamico del nome di Dio e’ il filosofo ebreo Ernst Bloch in Das Prinzip Hoffnung III a pag. 1457 così si esprime: ‘ Il Dio dell’Esodo e’ diverso ed ha conservato anche nei profeti la sua ostilità contro l’oppio e i padroni. Egli soprattutto non e’ statico come tutti gli dei pagani che l’hanno preceduto. A Mose’ Jahve’ ha dato, fin dall’inizio, una propria definizione che continua a mozzare il fiato e rende priva di senso ogni statica: ‘Dio disse a Mose’: <<Io sarò quello che sarò>>’ (Esodo 3,14)…Per rendersi conto della peculiarità di questo passo lo si confronti con un’altra interpretazione, con il posteriore commentario di un altro nome divino, del nome di Apollo. Plutarco riferisce (De El apud Delphos, Moralia III) che sopra la porta del tempio di Apollo a Delfi era inciso il segno EI; dopo aver tentato di dare una interpretazione mistico-numerica delle due lettere, egli giunge a concludere che EI significherebbe, grammaticalmente e metafisicamente, la stessa cosa, e cioè ‘Tu sei’, nel senso dell’esistenza atemporale e immutabile del Dio. ‘Ehejeh aser ‘ehjeh invece ci presenta fin dalla prima apparizione di Jahve’ un Dio della fine dei giorni, che ha nel futuro la propria qualità ontologica. Questo Dio-Fine e Omega sarebbe stato una stoltezza a Delfi, come in ogni religione il cui Dio non sia un Dio dell’esodo’. Secondo un’altra teoria non molto affermata, al tempo di Mosè in Egitto la luna era indicata dal termine Jah e dunque Jah-wah poteva essere il termine preciso per luna-crescente. Il Dio ebraico deriverebbe quindi da una divinità lunare.
Vocalizzazione e trascrizione
La vocalizzazione ibrida (Jhwh con le vocali di Adonai) scritta su una chiesa norvegese
In assenza di una vocalizzazione precisa, ogni traduttore moderno deve usare un criterio per inserire nel tetragramma le vocali che permettano di leggerlo in una delle lingue correnti. Nelle edizioni odierne della Bibbia il nome può essere pertanto trascritto in vari modi, a seconda delle ipotesi sottese. Le vocalizzazioni più conosciute sono: A E (Yahweh) E O A (Yehowah, da cui, in italiano, Geova) La vocalizzazione O A I sembra molto forzata. È accettata la vocalizzazione A E, che fa riferimento al testo del capitolo 3 del libro dell’Esodo in cui Dio rivela il suo nome a Mosè. In questo caso dal testo si evince che יהוה è una forma arcaica del verbo essere in ebraico (hawah, moderno hajah), significante "Egli è", in una forma causativa del verbo. Forzata è anche la vocalizzazione I I, che deriverebbe da un’altra trascrizione (יי). Si tenga poi presente che la lettera vav (ו), una volta vocalizzata in O o U, perde il suono V per assumere un suono puramente vocalico, quindi il tetragramma potrebbe essere una sequenza di soli suoni vocalici. In tempi recenti, altri studiosi hanno analizzato alcuni nomi ebraici di persone o luoghi contenuti nelle scritture che contengono una forma abbreviata del nome divino. Le ipotesi scaturite da questi studi separati si concentrano su una fonetizzazione con tre sillabe, come ad esempio Yahowah o Yahuwah (così George Wesley Buchanan, professore emerito del Wesley Theological Seminary di Washington).
Yahweh (Jahvè)
Questa forma è quella sulla quale si ha il consenso della maggior parte degli studiosi. Si ritiene che sia derivata dalla pronuncia samaritana del nome divino. Infatti Teodoreto (vissuto approssimativamente tra il 393 e il 457), riferendosi al modo di pronunciare dei Samaritani, trascrisse il nome in greco come Jabe. Gli studiosi hanno pertanto inserito le vocali del samaritano Jabe nelle originali consonantiche ebraiche, pronunciando così Yahweh. La pronuncia Yahweh è inoltre riportata da Clemente Alessandrino, che ne deriva la fonetizzazione dal verbo essere in ebraico, legato anche ad un’interpretazione di Esodo 3. Alcuni biblisti tuttavia nutrono dubbi su questi precedenti.
Yehowah (Geova)
Estratto (p. 559) dal Pugio fidei di Raimondo Martí (1270)
Il nome di Dio nella chiesa Cattolica di St. Martinskirche, Olten, Svizzera (1521)
Geova è la forma italiana di יהוה con le vocali di Adonai ("Signore") nella sua forma plurale, Edonà, che è la vocalizzazione specifica del tetragramma biblico come è presente nel testo masoretico, cioè la versione più recente della Bibbia in uso presso gli ebrei. I punti vocalici così formati (יְהוָה) sono simili ma non identici a quelli presenti in אֲ-דנָי (Adonai, "Signore"). I primi testi che contengono יְהוָה, con la fonetizzazione ottenuta dal testo masoretico, sono stati scritti nel:1270 ("Jehova", in latino)1530 ("Ieova", in italiano)1562 ("Iehova", in italiano)1778 ("Jehovah", in italiano)"Geova" in italiano moderno. Studiosi cattolici hanno talvolta usato questo nome nei secoli passati (ma solo in versioni di studio, mai nella preghiera o nella liturgia o nel catechismo) come la fonetizzazione di un nome di Dio nella Bibbia anche se, sostenendo che è filologicamente errato, ne hanno progressivamente abbandonato l’uso, sostituendolo con Yahweh. Ultimamente si preferisce non vocalizzare affatto il tetragramma. La Chiesa Cristiana Ortodossa ha usato questo nome nello stesso modo durante gli ultimi due secoli. In Italia i Testimoni di Geova hanno usato questo nome in maniera estesa già nel 1903, nel libro di Charles Taze Russell, "Il divin piano dell’Età", tradotto dal professor valdese Daniele Rivoir, ufficializzandolo il 26 luglio del 1931 quando hanno assunto l’attuale denominazione. La Chiesa dei Santi degli ultimi giorni sostiene che Geova è il nome di Gesù prima di nascere (Giovanni 8:58 che fa riferimento ad Esodo 3:14), mentre Elohim indicherebbe Dio Padre (Matteo 3:17). In latino Jehovah è visibile nelle decorazioni della chiesa cattolica di S. Agata a Santhià (Vercelli), nella forma Jehova è visibile nella volta di uno degli altari minori del duomo di Fossano (Cuneo) e nella forma Jeova sulla soglia del presbiterio della chiesa di Vezzo, frazione di Stresa (Novara). Si riportano di seguito le posizioni di ebrei, cristiani e testimoni di Geova ed altri:
Ebraismo
Nell’ebraismo, oltre ad evitare la vocalizzazione del tetragramma in generale, si ritiene filologicamente errata questa forma, come riportato nel 1908 nella Jewish Encyclopedia: « Jehovah: Pronuncia scorretta introdotta da teologi cristiani, ma completamente rifiutata dagli ebrei, dell’ebraico יהוה, nome ineffabile di Dio (tetragramma o "Shem ha-Meforash". Questa pronuncia è grammaticalmente impossibile; è derivata dalla pronuncia delle vocali del "ḳere" (lettura marginale del testo masoretico: "Ado-nay"), con le consonanti di "ketib" (lettura testuale di "יהוה") – poiché la parola Ado_nai (Signore) veniva usata come sostituto di יהוה ogni volta che tale parola compariva, con una sola eccezione, in libri biblici o liturgici. Adonai presenta le vocali "shewa" (il composto sotto il gutturale א diventa semplice sotto י), "ḥolem," e "ḳameẓ," e ciò porta a "Jehovah"). Queste sostituzioni di Ado_nai ed E-loim al posto di יהוה furono introdotte per evitare la profanazione del Nome Ineffabile. La lettura Jehovah è una invenzione relativamente recente. I primi commentatori cristiani riportano che il tetragramma veniva scritto, ma non pronunciato dagli ebrei. Generalmente si ritiene che il nome Jehovah sia stato un’invenzione del confessore di papa Leone X, Pietro Colonna Galatino, "De Arcanis Catholicæ Veritatis," 1518, folio XLIII.) che fu imitato nell’uso di questa forma ibrida da Fagius. Pare tuttavia che anche prima di Galatin questo nome sia stato in uso comune, e compare nel Pugno Fidei di Raymond Martin, scritto nel 1270.» Secondo l’Ebraismo, qualsiasi materiale con su scritto o inciso il tetragramma, tanto più se scritto da uno scriba in stato di purità su fogli di pergamena, non può essere gettato via e deve essere custodito in un contenitore apposito chiamato Ghenizah oppure sotterrato in un terreno riservato specificatamente a questo scopo.
Chiese cristiane
La vocalizzazione Jehova o Geova ebbe una certa diffusione fino al XIX secolo ed oltre, soprattutto in ambito protestante, ma attualmente si ritiene filologicamente più corretta l’altra forma di vocalizzazione, per i motivi sopra esposti. Nel mondo inglese comunque si continua ad usare la forma Yehovah, essendo stata diffusa da diverse traduzioni autorevoli come la King James Version.
Testimoni di Geova
I testimoni di Geova hanno adottato la forma derivata da Jehovah consolidata ed esistente nelle varie lingue, come nell’italiano Geova. I Testimoni di Geova non considerano la vocalizzazione Geova sicuramente corretta ma la più diffusa nella lingua locale. Sul dibattito sulla corretta fonetizzazione i Testimoni di Geova comunque ritengono non sufficientemente provata la correttezza o erroneità delle fonetizzazioni Jehovah, Yahweh e simili. Più che sulla corretta pronuncia del nome di Dio, essi si soffermano sull’uso dello stesso e ne fanno fulcro della loro adorazione seguendo il comando divino riportato nel libro dei Proverbi: «Il nome di Dio è una forte torre. Il giusto vi corre e gli è data protezione.» (Proverbi, 18:10)
Altri studiosi in difesa di Jehovah
Lo studioso ebreo George Wesley Buchanan sostiene la possibilità della correttezza di tale traslitterazione. Anche il libro del semitista francese, nonché testimone di Geova, Gérard Gertoux YHWH – Un nome eccellente. Narrazione storica del Nome divino (YHWH in fame only? A historical record of the divine Name), che fu catalogato da Henri Cazelles, presidente del direttivo dell’Institut Catholique de Paris, come tesi (T594GER) al BOSEB sostiene che la pronuncia originaria fosse Jehowah. Il traduttore biblico francese André Chouraqui l’ha citata nel suo libro intitolato Mosè (p. 161). Lo studioso ha pubblicato successivamente il suo libro intitolato Una storia del nome divino. Un Nome eccellente, che approfondisce maggiormente la tesi.
Uso del tetragramma
La particolarità della differenza fra testo scritto e pronuncia presso gli ebrei e i diversi modi di tradurre il tetragramma nelle lingue diverse dall’ebraico può far sorgere la questione di come le varie comunità religiose usino riferirsi a questo nome.
Nell’Ebraismo
Dio si rivelò con il Nome eccelso solo quando Mosè gli si presentò innanzi e quando il Popolo d’Israele doveva essere liberato dall’Egitto e divenire possesso particolare di Dio: precedentemente infatti Avraham, Isacco e Giacobbe lo conobbero tramite la modalità del Nome divino "E-l Sha-day". Il Tetragramma è il Nome di Dio che esprime la trascendentalità e la Misericordia divine. È il Suo nome "per sempre". L’ebraismo insegna che il nome di Dio, pur esistendo in forma scritta, è troppo sacro per essere pronunciato o trascritto senza le norme rabbiniche Halakhiche necessarie e comandate per questo fine. Tutte le moderne forme di ebraismo proibiscono il completamento del nome divino. Il solo che poteva pronunciarlo era il Sommo sacerdote nel giorno dell’espiazione: dato che la figura del Sommo Sacerdote è sparita nel 70 d.C., con la distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme secondo il Talmud, da allora il tetragramma non viene mai più pronunciato durante i riti ebraici. La tradizione ebraica vuole che ciò avvenisse all’Interno del Qodesh ha Qodashim, il Sancta sanctorum del Tempio di Gerusalemme: il Sommo Sacerdote dimenticava la pronuncia del Tetragramma immediatamente dopo averla "effettuata". Il momento in cui il Sommo Sacerdote poteva pronunciare il Tetragramma avveniva per due volte con la Benedizione sacerdotale sul popolo d’Israele: « Il Signore parlò a Mosè dicendo: <<Parla ad Aronne ed ai suoi figli e di’ loro così: "In questo modo benedirete i figli di Israel, dicendo loro: Ti benedica il Signore (יהוה) e ti custodisca. Faccia il Signore risplendere il Suo Volto su di te e ti conceda grazia. Rivolga il Signore il Suo Volto verso di te e ti dia pace". Essi porranno il Mio Nome (יהוה) sui figli di Israele ed Io li benedirò>> » (Numeri 6.22-27). Gli ebrei sono soliti inoltre non pronunciarlo ad alta voce in nessuna occasione e per nessuna ragione. Invece di pronunciare il Tetragramma durante le preghiere, gli ebrei dicono "Ado-nai". Anche la pronuncia del Nome Ado-nai non avviene mai in conversazioni quotidiane alludendovi invece con la parola AdoShem o HaShem (in ebraico "il nome", come appare nel libro del Levitico 24,11) quando ci si riferisca all’Eterno. La legge ebraica richiede che regole "rabbiniche" siano decretate in aggiunta alle regole della Torah per ridurre l’eventualità che la legge originale sia trasgredita. Per questo motivo è diffusa la pratica di limitare l’uso della parola Ado-nai solo ai momenti di preghiera. Molti ebrei estendono la proibizione a tutti i nomi con i quali ci si riferisce all’Altissimo nella Bibbia, oppure aggiungono suoni che alterano la pronuncia al di fuori dei contesti liturgici, come ad esempio kE-l o E-lokim. Anche nello scritto possono comparire alterazioni, come ad esempio "D-o". Sebbene questa alterazione scritta non sia richiesta da alcuna legge religiosa (solo il nome in ebraico è sacro, non la sua traduzione in italiano o altre lingue) essa ha lo scopo di ricordare al lettore la santità connessa al nome del Signore. È probabile che la proibizione della pronuncia del Tetragramma risalga all’epoca di Esdra e Neemia, ossia al ritorno dall’esilio babilonese, quando fu riaperto il Tempio di Gerusalemme e furono fissati molti dei canoni della liturgia. La proibizione della sua pronuncia è certa ed è stata costante fino ad oggi, tuttavia alcuni mistici erano soliti contemplare, con l’uso di cori o più spesso in completo isolamento, le singole lettere che lo compongono. Su alcuni Siddurim di preghiera e testi di studio il Nome eccelso viene spesso stampato senza vocalizzazione o, quando essa sia presente, variante comunque in differenti modi; talvolta il Nome "Ado-nai" compare scritto per esteso all’interno dell’ultima lettera Hei del Tetragramma. Nella tasca dell’Efod del Sommo Sacerdote è inserita una pergamena su cui è iscritto il Tetragramma.
Nomi di Dio.
La figura del Messia ha un legame profondo con il Nome eccelso.Chiese cristiane
Vetrata con il Nome in ebraico nella chiesa di Saint-Germain a Parigi
Nella prima Chiesa cristiana si sono immediatamente affermate, nell’uso comune e liturgico, le forme "Signore" e "Dio" perché prevalenti al tempo del Nuovo Testamento, nel cui testo sono impiegate in modo esclusivo. Nella chiesa latina il greco Kyrios è stato tradotto con Dominus e, nelle traduzioni in italiano, con Signore. È rimasta come testimonianza la forma litanica "Kyrie eleison" a ricordo della tradizionale liturgia greca che era in uso anche nella chiesa latina. Come esempio di uso, nelle collette e nelle preghiere della liturgia cattolica, ci si rivolge a Dio con gli epiteti "Dio onnipotente ed eterno" oppure "Dio, padre onnipotente" o simili. L’unica volta in cui si utilizza un termine ebraico (non il tetragramma) è, una volta all’anno, in una delle sette antifone maggiori dell’Avvento "O Adonai" (nel testo latino – nel testo liturgico italiano è reso con "O Signore"). Questo utilizzo delle forme Dio e Signore è stato mantenuto anche nel protestantesimo storico, come ad esempio nella versione di Lutero della Bibbia. Le traduzioni moderne in cui è presente (perlopiù in nota) una vocalizzazione del tetragramma, sono opera di eruditi senza che abbiano un utilizzo al di fuori della cerchia della critica biblica, e servono soprattutto per evidenziare le stratificazioni e la formazione del testo (ad esempio le cosiddette tradizioni Jahvista, Elohista, Sacerdotale ecc). Recentemente, in ambito cattolico, con la motivazione di riaffermare la disciplina sia ebraica che delle prime comunità cristiane secondo la quale «Non si deve pronunciare il nome di Dio sotto la forma del tetragramma YHVH nelle celebrazioni liturgiche, nei canti, nelle preghiere», e anche nelle traduzioni della bibbia il nome di Dio deve essere reso con Adonai, Kyrios, Signore ecc.
Bibbie cattoliche
Nella maggior parte delle versioni moderne delle bibbie cattoliche e in tutte quelle utilizzate pubblicamente nelle chiese, il nome ineffabile (secondo la definizione dei padri della Chiesa), quando presente nell’Antico Testamento, viene reso con "Signore", adottando l’uso del Nuovo Testamento in cui il tetragramma non è mai presente e dove, nelle citazioni della bibbia ebraica, si usa il greco Kyrios (Signore). Questo uso è attestato anche nella maggior parte dei manoscritti della bibbia in greco, detta Septuaginta, e nella vocalizzazione del tetragramma del testo masoretico. Anche nella versione latina precedentemente in uso nella Chiesa occidentale (la Vulgata) il termine è reso con Dominus, cioè Signore. La presunta vocalizzazione del tetragramma non compare mai nel testo ufficiale della Bibbia utilizzato per la liturgia pubblica in italiano. La maggioranza degli esegeti cattolici contemporanei propende per una vocalizzazione del tetragramma con le vocali "a" ed "e" , e talvolta questa forma può apparire, oltre che nei testi di critica biblica, anche nelle note e nelle introduzioni o, più raramente (una o due volte) nel testo dell’Antico Testamento, quando si tratta di evitare ambiguità per la presenza vicina di altri nomi divini. È presente più spesso in alcune versioni letterali degli anni sessanta a indirizzo storico critico, allo scopo di evidenziare le diverse tradizioni presenti nella formazione del testo. In traduzioni degli ultimi anni è citato il tetragramma in caratteri latini (JHWH) senza alcuna vocalizzazione. Non compare mai nel Nuovo Testamento non essendo presente in nessuno dei manoscritti antichi da cui vengono fatte le traduzioni. Nel 2008 è stata pubblicata da parte della Congregazione per il culto divino la seguente direttiva sull’uso del tetragramma nella Chiesa cattolica: «La traduzione greca dell’Antico Testamento, la cosiddetta Septuaginta, che risale agli ultimi secoli precedenti l’era cristiana, ha reso regolarmente il tetragramma ebraico con la parola greca Kyrios, che significa Signore. Siccome il testo della Septuaginta ha costituito la Bibbia della prima generazione di cristiani di lingua greca, e in questa lingua furono anche scritti tutti i libri del Nuovo Testamento, anche questi cristiani sin dal principio evitarono la pronuncia del tetragramma sacro. Qualcosa di simile avvenne con i cristiani di lingua latina, la cui letteratura cominciò ad emergere a partire dal secondo secolo, come attestano prima la Vetus Latina e, in seguito, la Vulgata di san Girolamo. Anche in queste traduzioni il tetragramma venne sempre reso con la parola latina Dominus, che corrispondere sia all’ebraico Adonai e al greco Kyrios. Pertanto astenersi dalla pronuncia del tetragramma del nome di Dio da parte della chiesa è giustificato. Oltre ai motivi di correttezza filologica si tratta anche di rimanere fedeli alla tradizione della chiesa poiché fin dalle origini il tetragramma sacro non è mai stato pronunciato in un contesto cristiano e neppure mai tradotto in nessuna delle lingue in cui la Bibbia è stata tradotta.»
Bibbie protestanti
Nelle Bibbie (Antico Testamento) protestanti solitamente il tetragramma viene reso con Signore o con "Eterno". In nota o raramente nel testo compare sempre più la forma Jahvé. La Riveduta Luzzi, la Nuova Diodati e la King James Version in Genesi 22,14 riportano il nome di località Jehovah-jireh, la cui radice deriva dal tetragramma, ma altre bibbie protestanti traducono diversamente. In alcune traduzioni anglosassoni della bibbia si traduce il tetragramma con LORD (Signore), tutto in maiuscolo, per distinguerlo da "Signore" quando si traduce Adonai.
Relazione ebrei-cristiani
Il 16 gennaio 2006, in visita a papa Benedetto XVI, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ha sollevato il problema del fastidio che provoca fra gli ebrei l’uso del nome divino fra i cristiani, a causa della particolare sensibilità ebraica dovuta al divieto di pronunciare il nome di Dio nei dieci comandamenti. Il Papa ha risposto che la tradizione cattolica, a differenza di quella protestante, è arrivata a questa facilità di espressione molto recentemente, per influsso dello storicismo, e che i cattolici devono lavorare perché si torni all’origine del culto. Lo scrittore ateo Erri De Luca, nei suoi libri, propone e utilizza la formula Iod, prima lettera del Nome Sacro e, gioco possibile solo in italiano, anagramma della parola Dio.
I testimoni di Geova usano la forma Geova, una delle forme moderne di vocalizzazione del sacro tetragramma biblico YHWH usato dagli ebrei antichi, la cui esatta pronuncia è andata persa nei secoli. Nel Testo masoretico, cioè nella Bibbia in uso presso le comunità ebraiche, vennero inserite nel tetragramma, secondo alcuni studiosi, le vocali E O A della parola Adonai (in ebraico "Signore"), affinché il lettore ricordasse di pronunciare questa parola ogni volta che incontrava il tetragramma. Verso la fine del medioevo studiosi cristiani interpretarono quelle vocali come quelle originali del tetragramma. Da qui Yehowah, da cui deriva il latino Jehova forma ampiamente diffusa nell’italiano letterario fino all’Ottocento, come nella bibbia di Antonio Martini [1780], oppure sull’altare della chiesa di Vezzo, frazione di Stresa (del 1886) dove è visibile la scritta Jeova. Nei tempi moderni però la maggior parte degli studiosi ha preferito usare la forma convenzionale di Yahweh, perché vicina all’originale e terza persona del verbo "essere". Per i Testimoni di Geova, come anche per altri studiosi cristiani (che tuttavia minimizzano l’importanza di JHWH) Dio è rivelato nella Bibbia con un nome unico: יהוה (YHWH). I Testimoni vedono nella presenza del nome di Dio nella Bibbia ebraica (in cui figura quasi 7000 volte) un segno della importanza della conoscenza e dell’uso di questo nome, e ammettono che nessuno può attualmente dire con certezza quale fosse la pronuncia originale. Anche se ci sono dibattiti tra gli studiosi ancora aperti sull’effettiva pronuncia del nome, per i Testimoni di Geova è importante usare un nome univoco e non un titolo come "Signore" o "Eterno’". La forma utilizzata dai Testimoni è Geova, una parola che appare in alcune traduzioni bibliche in lingua italiana preparate già dal XIV secolo. Essi giustificano tale pronuncia, preferendola a quella Yahweh, sostenendo che Geova è più attestato storicamente nella lingua italiana, presente infatti anche in alcune opere di Giosuè Carducci. Si veda ad esempio la poesia provocatoria del Carducci "A Satana". Inoltre, da una breve ricerca nei dizionari, si riscontra che il nome Geova è estesamente accettato come equivalente del Tetragramma biblico. Per spiegarne l’importanza della conoscenza del nome divino i Testimoni si appoggiano ad esempio alla preghiera modello o Padre Nostro, insegnata da Gesù Cristo in Matteo 6:9, che inizia con "Padre Nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome", dove, anche se il tetragramma non è presente, il collegamento alla presenza del nome di Dio presentato in tutto l’Antico Testamento è molto forte. (Si veda ad esempio Isaia 12:4,5) All’obiezione che la forma Geova del nome divino non è quella pronunciata nei tempi biblici e probabilmente erronea perché derivata dalle vocali di Adonai, i Testimoni asseriscono che non essendo nota la corretta pronuncia non si può avere la completa sicurezza che la forma Geova sia errata. Anche se così fosse altri nomi biblici vengono usati in forme diverse all’originale. Ad esempio nei tempi biblici il nome Gesù forse si pronunciava Yeshua o Yehoshua. Eppure in tutto il mondo si usano varie forme del nome Gesù, pronunciandolo diversamente in ciascuna lingua. Nessuno esita ad usare il nome di Gesù solo perché non si sa come si pronunciava nel I secolo. Stesso discorso per il nome della mamma di Gesù, Maria (ebraico: מרים, Miryam, oppure Myriam; aramaico: Maryām; greco: Μαρίαμ, Mariam, oppure Μαρία, Maria; arabo: مريم, Maryam). L’incertezza sull’antica pronuncia del nome di Dio non è una buona ragione per non usarlo. Inoltre, l’illustre ebraista Buchanan (non testimone di Geova) afferma con sicurezza che Javè tutto è meno che una pronuncia che suoni semitica e preferisce Geova. All’obiezione che il motivo per cui il nome di Dio viene omesso in molte traduzioni della Bibbia derivi da una tradizione invalsa da tempo fra gli ebrei, i quali sostengono che il nome di Dio non vada mai pronunciato, i Testimoni asseriscono che questa è un’erronea interpretazione della legge biblica che dice (nella versione della Bibbia-Traduzione del Nuovo Mondo) "Non ti devi servire del nome di Geova tuo Dio in modo indegno, perché Geova tuo Dio non lascerà impunito chi si serve del suo nome in modo indegno". Esodo 20:7 Infatti i Testimoni sostengono che l’uso rispettoso del nome di Dio non è errato in quanto attestato dalle scritture ebraiche. [Vedi Giovanni 17:26]. A prescindere dalla propria opinione, comunque, dal punto di vista letterario e della fedeltà del testo, secondo i testimoni di Geova, il Tetragramma, quando non tradotto, dovrebbe comunque essere rappresentato senza sostituzioni arbitrarie con vocaboli quali "Signore" e "Dio" che non ne rendono il significato originale e secondo loro confondono l’unicità dell’attributo divino (ad es. cfr. Deuteronomio 6:4 "Geova nostro Dio è un solo Geova") e disperdono la caratteristica della fede giudaico-cristiana in un solo Dio, in contrapposizione col politeismo adottato in pratica da tutte le popolazioni contemporanee alla stesura delle Scritture. Gli studiosi di molte confessioni e chiese cristiane tuttavia criticano soprattutto la sostituzione di "Geova" al posto di Signore e Dio in numerosi passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, perché non giustificata dai manoscritti antichi che riportano varie forme del nome divino dal generico El, spesso seguito da aggettivi come Shaddai, ad Elohim e fino al neotestamentario Abba. Ritengono quindi la modifica operata dagli estensori della Nuovo Mondo arbitraria perché cambia il senso originale degli autori. I testimoni ribattono che in alcune versioni moderne in ebraico del Nuovo Testamento edite da varie società bibliche di alcune chiese cristiane (vedi ad esempio l’edizione delle United Bible Societies) viene inserito il tetragramma negli stessi luoghi in cui i testimoni inseriscono Geova. Inoltre in diversi poi cristiani il Nome, anche nella forma contratta "Iah" è presente e correntemente usato ("HalleluJah" "Lodate Jah"). I testimoni collocano l’abbandono della pronuncia del tetragramma ad un’epoca posteriore al I secolo d.C. Tra i ragionamenti mostrati, alcuni ricercatori Testimoni di Geova fanno notare che nella preghiera ebraica di invocazione sugli eretici (Birkath-ha-Minim), introdotta nella liturgia sinagogale intorno all’85 d.C., nella dodicesima richiesta è contenuto il nome divino nella forma del tetragramma. Secondo loro questo dimostra che il nome divino era ancora usato liberamente in tale periodo. Tra le altre fonti a conforto di tale scelta si possono citare alcune opere del giudaismo in cui gli scritti cristiani, considerati eretici, e quindi alla stregua di rotoli "vuoti" dovevano essere bruciati solo dopo aver ritagliato tutti i "nomi divini" da essi, logicamente tutti i luoghi in cui appariva il Tetragramma יהוה (YHWH). La Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dai Testimoni di Geova dal 1967 (e tuttavia riveduta nel 1987 alla luce di alcune più recenti versioni del testo antico come: Biblia Ebraica Stuttgartensia edita nel 1977, o il testo pubblicato nel 1975 dalle United Bible Societies e il Nestle-Aland del 1979) usa sempre Geova nell’Antico Testamento (chiamato da loro "Scritture Ebraico-Aramaiche") laddove negli scritti originali è presente o si presumeva fosse presente all’origine secondo una comparazione dei testi nelle varie trascrizioni ad oggi disponibili. Nel Nuovo Testamento (chiamato da loro "Scritture Greche-Cristiane") al posto di "Signore" nel testo greco usa Geova, in tutte le citazioni e nelle parafrasi del Antico Testamento dove il Nome è presente negli scritti originali ma anche in molti altri punti (257 volte) seguendo la strada tracciata da alcune traduzioni moderne dal greco all’ebraico. Secondo i Testimoni di Geova, il tetragramma era presente anche in testi originali ebraici del Nuovo Testamento, vedi Tetragramma Biblico, come ad esempio la versione del vangelo di Matteo scritta nella lingua madre dell’apostolo, l’ebraico Shem Tob ben Isaac Ibn Sharbrut, medico ebreo del XIV secolo, in una sua opera polemica contro i cristiani inserisce un testo ebraico del vangelo di Matteo che secondo diversi studiosi come Robert Shedinger, od il prof. George Howard sostengono che non è una traduzione dal greco, ma è un testo precedente che egli ha ricevuto dalle prime generazioni di polemisti ebrei. Ad oggi comunque nonostante le svariate migliaia di manoscritti ritrovati, nessuno riporta Matteo in ebraico. I 27 libri canonici delle Scritture Greche furono scritti nel greco comune dell’epoca. Sembra però che il libro di Matteo sia stato scritto prima nell’ebraico biblico, a beneficio degli ebrei. Così dice Girolamo, traduttore biblico del IV secolo, aggiungendo che il libro fu in seguito tradotto in greco. Probabilmente fu Matteo stesso a fare la traduzione, poiché, avendo lavorato alle dipendenze delle autorità romane come esattore di tasse, conosceva senza dubbio l’ebraico, il latino e il greco. — Marco. 2:14-17. Gli altri scrittori cristiani della Bibbia, Marco, Luca, Giovanni, Paolo, Pietro, Giacomo e Giuda, scrissero tutti in koinè, la lingua comune, viva, compresa dai cristiani e dalla maggioranza della popolazione del I secolo. L’ultimo dei documenti originali fu scritto da Giovanni verso il 98 d.C. Per quanto si sa, nessuno di questi 27 manoscritti originali in koinè è giunto fino a noi. Comunque, degli originali ci sono pervenute copie, copie delle copie e famiglie di copie, che formano un’immensa riserva di manoscritti delle Scritture Greche Cristiane. Si potrebbe comunque ipotizzare che tra le lettere di Paolo, la lettera agli Ebrei sia stata originariamente scritta in ebraico (e non in greco), poiché indirizzata alla congregazione cristiana ebraica, mentre altre lettere (come ad esempio le lettere ai Corinti, Colossesi ed Efesini) siano state scritte in greco perché indirizzate a congregazioni greche. La parola Jah, infine, è usata sempre dai religiosi Rastafariani, poiché essi,come gli ebrei non nominano mai il tetragramma, il nome di Dio per intero.
Neopaganesimo
Robert Graves, un poeta britannico, esperto tra l’altro di mitologia, ha proposto una sua teoria sulla vera natura dell’Ineffabile Nome Divino, che ha avuto molto seguito soprattutto tra i fautori del neopaganesimo.
Trascrizioni del tetragramma nelle versioni italiane della Bibbia
La Bibbia di Antonio Brucioli, 1530 rev. 1551. Protestante. Usa Signore tranne in Esodo 6:3 dove usa Ieova. Nella revisione del 1562 la forma ‘Iehova’ ricorre decine di volte. La Sacra Bibbia di Giovanni Diodati. 1607 riedita 1946. Protestante. Usa Signore. In alcune edizioni riporta il nome di "Geova" nell’intestazione di pagina 584 e nella sovrascritta di Isaia 41 ha Geova. Sacra Bibbia di Antonio Martini, 1778 riedita 1963. Cattolica. Usa Signore. Nella nota di Esodo 3:14-15 ha Jehovah Versione Riveduta di Giovanni Luzzi, 1925 riedita 1966. Protestante. Usa Eterno. Nelle note a Esodo 3:15 e 6:3 usa la forma Jahveh. Nella nota a Matteo 1:21 usa la forma Gèova. In Genesi 22:14 ha Iehovah come parte di un nome composto. La Bibbia, Eusebio Tintori, 1945. Cattolica . Usa Signore. Nelle note ha Jahve. La Sacra Bibbia, Ricciotti. 1955. Cattolica. Usa sempre Signore e ha Jahvè in alcune note come Esodo 3:14; 6:2,3; Gioele 3:12; Giona 4:10,11. La Bibbia, Edizione Paoline. ediz. 1958 e seguenti. Cattolica. Usa Signore tranne in Esodo 6:2-3 (e relativa nota) e Geremia 1:6 dove usa Jahvé (ediz. 1958 e seguenti). Usa Jahvé In salmo 83:19, al posto di "Il Signore" delle edizioni precedenti (ediz. 1970 e seguenti). A seconda delle edizioni usa Jhwh nelle parentesi nel testo di Esodo 6:3 (ediz. 1997). La Bibbia a cura di Fulvio Nardoni, 1960. Cattolica. Il nome Jahweh vi ricorre più volte nel testo ad esempio in Esodo 6:2,3,6,8; Isaia 1:24; Isaia 3:1; Isaia 10:33; Isaia 26:4; Isaia 40:10; Isaia 51:22; Isaia 61:1; ecc.. La Sacra Bibbia, Pontificio Istituto Biblico 1961. Cattolica. Oltre a Signore usa varie volte nel testo Jahve, ad esempio in Esodo 3:15; 6:2; Salmo 83:19 . La Sacra Bibbia ed. Garzanti imprimatur 1964. Cattolica. Usa "Yahvè", es. pag 952 Salmo 83:19 ed altre; La Bibbia di Mons. Garofalo, 1964. Cattolica. Usa sempre Jahve. Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture. Testimoni di Geova. 1967 ed. riv. 1987. Usa sempre Geova. La Bibbia Concordata, 1968. Interconfessionale. Rende Signore tranne Salmo 83:19 dove usa Iavè. La Sacra Bibbia, Galbiati, Penna e Rossano. Cattolica. 1968. Usa sempre Iahvé . La Sacra Bibbia CEI, 1974. Cattolica. Rende Signore. Nella nota in calce a Esodo 3:14,15 ha JHWH. Nella nota a 1 Maccabei 3:18 usa Jahveh. La Bibbia di Gerusalemme, 1974. Cattolica. Ha lo stesso testo della CEI. Nelle note menziona Jahveh, come quelle su Esodo 3:13, Isaia 42:8, ecc. (Il testo originale francese, La Bible de Jérusalem, usa sempre Yahvé) Nuovissima Versione della Bibbia Edizione Paoline. 1967-1980. Cattolica. Usa Signore. Nella nota ad Esodo 6:2-8 usa Jahveh. La Nuova Diodati. Protestante. 1991. Usa sempre Eterno. Nella prefazione usa Jehovah e Yah. In nomi composti come Genesi 22:14 usa Jehovah. Il libro di Isaia, Moraldi. 1994. Cattolica. Usa sempre Jhwh. La Bibbia. Versione Nuova Riveduta, Società Biblica di Ginevra. 1994. Protestante. Rende il tetragramma con ‘SIGNORE’ tutto in maiuscolo per distinguerlo dalla parola ebraica signore "adhonai". Nella prefazione usa YHWH. La Bibbia, Oscar Mondadori. 2000. Aconfessionale. Usa sempre Jhwh. Citazioni moderne del Nome di Dio In molte opere dell’uomo viene menzionato il Nome di Dio, nella vocalizzazione Jahvé o Geova (nelle varie forme) e come Tetragramma.
Buon Ascolto. (Dal 22 marzo 2010, il Martedì, Ora 19:30. E la Domenica Ora 17:30) Dal sito www.salmo23.it Radio Salmo23 web. Potete ascoltare un messaggio in diretta predicato dal Pastore Enzo Chinnici. Responsabile della Chiesa Evangelica Pentecostale Jeshua. Sita in via Louis Braille, N° 90. Pietra Tagliata CAP, 90135 Palermo, (Sicilia.) Sevi fa piacere potete visitare il nostro sito. http://www.chiesajeshua.org
Gesù Cristo ci benedica.